Doppio CSM, indipendenza e autonomia del pubblico ministero, sistema disciplinare pienamente giurisdizionalizzato, non sono scomposti attacchi alla magistratura, ma necessari strumenti di una inversione di rotta di cui hanno bisogno prima di tutto i giudici.
La “comune cultura della giurisdizione” tra giudice e accusa, che spesso viene invocata da chi avversa la riforma e citata quasi come un sinonimo di giusto processo, tradisce in realtà una concezione autoritaria dello Stato e inquisitoria dell’accertamento penale, con il processo di parti e il contraddittorio – che è (al tempo stesso) garanzia soggettiva dell’imputato e strumento di conoscenza – che cedono il passo a un’idea monolitica e totalizzante di “verità”, cercata dal pubblico ministero e condivisa dal giudice, a scapito delle garanzie.
Contro questo ritorno di una visione inquisitoria del processo, siamo e rimaniamo convinti che la riforma, e la separazione delle carriere in particolare, non siano uno slogan contro qualcosa o qualcuno ma la legittima aspirazione di chi vuole un processo più giusto e autenticamente accusatorio, l’unica forma di sacrificio della libertà personale che è accettabile in una prospettiva realmente democratica e anti autoritaria.
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